Fatto è meglio che perfetto

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Tra le regole per l’invio del calendario desktop a C+B – il blog dedicato alle donne che lavorano in proprio – c’è quella di inserire una frase motivazionale. Così io, con la scusa della frase, scelgo sempre qualcosa che sia utile per me; anche perché, penso, ci sarà pure qualcuno che si trova un po’ nel mio stesso campo da gioco. E la risposta è , molto spesso.

Me ne stavo tranquilla a lavorare al computer e intanto ascoltavo un webinair gratuito di Ninja Academy quando uno dei docenti ha catturato la mia attenzione dicendo

fatto è meglio che perfetto

la frase su cui riflettere nel mese di marzo.

Il motivo per cui queste parole hanno risuonato in me è che io sono una perfezionista.

Negli ultimi tempi però mi sono trovata a riflettere sulla questione iniziando a nutrire un poco di ostilità nei confronti del mio perfezionismo, come se questa attitudine nascondesse in realtà una gigantesca scusa per rimandare il momento in cui dovrò assumermi la responsabilità di dire ecco fatto caro progetto, sei finito, sei libero.

Se la tua necessità di perfezione inibisce la tua azione ti consiglio di scaricare il mio desktop e riflettere: di che cosa hai paura?

Ci sono almeno due importanti ragioni per abbandonare il perfezionismo da Signorina Rottermeier e darci dentro con le azioni che ti fanno arrivare fino in fondo.

La prima è che, di questi tempi, la rapidità di risposta è cresciuta di importanza nella scala dei valori, quindi proprio a nessuno importerà quanto amore ci hai messo in un lavoro che è arrivato troppo tardi, saremo già tutti presi a riflettere su altre questioni importanti. E bada bene che anche troppo tardi ha cambiato di valore nel tempo arrivando a significare poco dopo subito.

Non dico che questo modo di vivere il tempo sia da promuovere, anzi, dico però che questo è il contesto nel quale ci muoviamo e se vogliamo partecipare dobbiamo comprendere le regole del gioco.

Ma se la nostra rapidità di risposta si perde nei meandri del Paese della Perfezione forse ci stiamo sabotando per paura del giudizio.

La seconda, fondamentale, ragione è che la non-azione genera stress, lo spiega bene in questo libro Laborit in cui racconta di un esperimento fatto su alcuni topolini. In questo esperimento i topolini venivano sottoposti a una situazione di forte stress; i topolini che potevano fuggire o lottare riuscivano a mantenersi in salute, quelli che non avevano possibilità di agire con il tempo raggiungevano un livello di stress mortale.

Per farla breve:

chi non agisce muore.

Guarda i bambini.

Quando gli salta in testa di fare qualcosa, che so, un disegno, non stanno certo a chiedersi cosa succederà dopo?, quali critiche riceverò? o ci sarà un riconoscimento per quello che ho fatto?

Un bambino agisce per sé, agisce per creare qualcosa che, non appena sarà finito, avrà vita propria nel mondo – esattamente ciò a cui devi pensare anche tu.

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